Il caso Meursault
RECENSIONI

Il caso Meursault – Kamel Daoud

In un caldo e pigro pomeriggio di un afoso e affaticato agosto ho terminato la rilettura di “Lo Straniero” di Albert Camus. Lettura da me fatta in età giovanile, da acerba liceale, con la professoressa di letteratura che oggi, a ripensarci, ha dato un importante impronta per il nostro futuro di lettori e lettrici. Le sue spiegazioni erano così pregne di passione e di pathos che noi le seguivamo con attiva partecipazione e reale interesse.

E fu così che tra i banchi della 3BT tra un libro e l’altro incontrai per la prima volta Mersault; Meursault il distratto, il sognatore, l’insensibile, l’irraggiungibile e scoprii la penna di un autore del calibro di Camus.

La figura di Albert Camus per me rappresenta l’emblema dell’intellettuale, un vero e proprio modello di riferimento per il suo sguardo acuto, attento, lucido e tagliente sulla miseria della condizione umana, negli anni tragici del totalitarismo del ‘900 in Europa. Scrittore, giornalista, autore di teatro, filosofo Camus appartiene a una generazione che è cresciuta nella e con la povertà, a ridosso della Seconda guerra mondiale, con la guerra civile spagnola, con il conflitto franco-algerino, in cui ogni giorno per milioni di persone era questione di vita o di morte. Facilmente, da estranei, saremmo tentati di dividere quel mondo di allora tra vittime e carnefici. Eppure, davanti a questi eventi enormi della Storia il suo approccio critico ci invita ed aiuta ad osservare la complessità del reale e della storia fuori dagli schemi e dalle categorie consolidate: Camus ha respinto il velo delle ideologie senza perdere la speranza e la fiducia nel genere umano.

Ci sono libri che cambiano la vita.

E per me “Lo straniero” di Albert Camus è uno di questi, è un romanzo che ci apre all’Altro che è in noi, ci fa incontrare altre prospettive possibili.

Vale la pena qui ricordare che il protagonista del romanzo, Meursault, accecato dalla luce del sole, uccide un Arabo sulla spiaggia di Algeri. E la vittima, l’arabo, se ne esce di scena subito, come un attore insignificante, minore, per lasciare spazio alla presa di coscienza dell’omicida sulla condizione assurda dell’uomo.

Così quando in libreria scorsi tra i libri più venduti del momento la contro inchiesta sul caso Meursault a opera del giornalista algerino Kamel Daoud con quell’ombra di un uomo in rosso, in copertina, che camminava sulla spiaggia….

Ecco, ho pensato che si stesse chiudendo un cerchio, che finalmente avremmo compreso il caso, la vittima araba sarebbe stata riscattata, riconosciuta e avrebbe avuto giusta attenzione e degna sepoltura. E ho letto con grande ansia di scoperta e voglia di sapere come veniva ricostruito l’altro lato della strada mentre il nostro apatico impiegato del catasto stava affacciato con la sua sigaretta, in canottiera, a guardare i passanti della domenica. Quello che era rimasto volutamente in ombra, celato, sembrava raggiunto da un deciso raggio di sole, come a dare la parola a chi finora era stato in silenzio.

“Oggi mamma è ancora viva”.

Meursault ha smesso di parlare, il protagonista è l’Arabo, Moussa.

Il narratore è Haroun, fratello di Moussa, l’arabo ucciso, che finalmente prende identità: ha un nome e un cognome, una famiglia, un quartiere, una madre, un lavoro, una vita.

La vicenda si svolge in un bar di Orano, dove il vecchio Haroun, in preda ai suoi fantasmi e ai suoi pensieri, tra un bicchiere di vino e l’altro, va avanti e indietro con la storia, colloquiando con un giovane universitario innamorato di Camus e deciso a intervistare, dopo tanti anni, il fratello dell’arabo ucciso, faticosamente rintracciato a partire da trafiletti di giornale, per trarne, si presume una tesi.

Colloquiare è una espressione inesatta, dal momento che Haroun in realtà soliloquia, avendo per testimoni il giovane, un cameriere cabila che forse neanche lo capisce e un altro avventore che si rivela essere un sordomuto.

Se vogliamo la situazione di Haroun chiama in causa un altro celebre testo di Camus, “La caduta”, a detta dell’autore, l’opera camusiana da lui più amata, dove si svolge una analoga confessione da parte di un giudice in un caffè di Amsterdam, volta ad esprimere la mancanza di senso da assegnare alle vicende umane, colte nello smarrimento della caduta dei valori, dopo la Seconda guerra mondiale.

In questi incontri il lettore capisce quanto sia stata dura la vita di  Haroun, destinato dalla madre ad essere il nuovo corpo del morto: ne indossa gli abiti e la accompagna, fin dai suoi sette anni, nei vagabondaggi in tutta Algeri, per sapere qualcosa di più sul figlio morto, perché il suo corpo non sia stato trovato, chi era veramente il suo assassino, perché le autorità prima francesi, poi algerine non abbiano mai voluto credere veramente alla storia e non vogliono accettare come martire il figlio ucciso.

Il ragazzo cresce all’ombra di un morto e di una donna, assetata di vendetta, che nega la sua infanzia e la sua individualità. Il figlio sopravvissuto, timido e ombroso, asociale e quasi disadattato, a differenza del fratello maggiore, va alla scuola dei francesi e si appropria della loro lingua, perché sarà in questo modo che potrà dare voce e volto all’arabo indistinto di Camus.

Nel corso della vita, Haroun si è confrontato con l’assurdità dell’esistenza, con l’amore impossibile e con il crimine privo di senso a parte l’apparente vendetta incrociata. E mentre all’inizio la sua collera si riversa tutta sull’assassino di Moussa, via via si stempera in un processo immaginario cui Daoud sottopone il suo Paese, l’Algeria indipendente che non è riuscita a gestire la libertà conquistata, ripercorrendo nel suo monologo mezzo secolo di storia algerina.

Un imperdibile passaggio è la grottesca scena dell’interrogatorio: mentre Meursault ne Lo straniero deve rispondere delle mancate lacrime al funerale di sua madre, ad Haroun viene chiesto perché non ha inforcato le armi nella guerra per liberare il Paese. L’assurdo pare essere una questione di date…

Il francese dovevi ammazzarlo con noi, durante la guerra, mica questa settimana!”Risposi che non ci vedevo molta differenza. Sconcertato, si tacque un attimo prima di ruggire nuovamente: “Cambia tutto invece!”, e si mise a balbettare che c’era una differenza tra ammazzare e fare la guerra, che non siamo assassini ma liberatori, che nessuno mi aveva dato l’ordine di ammazzare quel francese e che andava fatto prima. “Prima quando?”, domandai. “Prima del 5 luglio! Sì, prima, non dopo, diamine!”

Ecco che una data diventa la stretta linea di confine tra un atto eroico e un riprovevole omicidio. L’assurdo che alberga nelle convenzioni umane si fa realtà sdoganata dalle istituzioni e dal pensiero dominante che ne consegue.

Leggere “Il caso Mersault” è come farsi schiaffeggiare da una mano infilata nel più raffinato dei guanti. C’è durezza, a volte ferocia, in questa storia e nelle considerazioni poste in testa al suo narratore Haroun dall’autore, l’algerino Kamel Daoud. Eppure, anche il concetto o l’immagine più scomoda sono pitturati con una scrittura elegante, evocativa, spesso poetica.

Un libro complesso, colto e raffinato che mescola collere liriche con sferzanti annotazioni di costume sulla società algerina, con l’amore ambiguo e l’ammirazione per lo straordinario figlio spurio dell’Algeria che è stato lo scrittore francese.

“Il caso Mersault” è un gioco letterario riuscito, un omaggio al capolavoro di Camus e una testimonianza culturale di un popolo difficile, in lotta con le proprie passioni, e con la loro assenza, nel quale anche il protagonista si sente solo e “straniero”.

Un libro intrigante, ambizioso e di grande originalità.

 

AUTORE: Kamel Daoud

TRADUZIONE DI: Yasmina Melaouah

GENERE: Romanzo, Narrativa psicologica, Narrativa filosofica

EDITORE: Bompiani 2015

NUMERO DI PAGINE: 130

NOTIZIE: Vincitore del Prix Goncourt du Premier Roman 2015

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