I libri
Le chiacchiere del ...

I Libri …

Ci sono storie che iniziano nei libri e continuano oltre le pagine, ingannando lo spazio e il tempo.

Paul Auster scriveva: “Ho capito che i libri non sono mai finiti, che è possibile per alcune storie continuare a scriversi senza il loro autore” e se siete dei lettori appassionati sapete quanto Auster avesse ragione.

Se vi è capitato di acquistare libri usati, di quelli sulle bancarelle ai mercatini dell’antiquariato o sugli scaffali con le offerte nelle librerie, sapete di cosa si tratta. Quei libri, spesso, hanno in sé storie che facciamo fatica anche solo a immaginare. Alcune non si vedono, si appoggiano discrete tra le pieghe o in segni accennati che non siamo capaci di interpretare. Altre, invece, hanno la forma dei ricordi, di nomi solitari, di date scomposte, di dediche in prima pagina, di variegati segnalibri, di vecchie polaroid scolorite, di ardite liste della spesa, di biglietti del treno, di tovagliolini e pure della ricevuta di una chiamata telefonica partita dall’Hotel Pulkovskaya di San Pietroburgo in un giorno non precisato di un anno che potrebbe essere il 1984.

Chiamata dalla Russia all’Italia.

È così che cominciano quelle “storie altre”, le storie della realtà, quelle che “continuano a scriversi senza il loro autore”.
Tipo: in un bigliettino usato come segnalibro, con sopra la scritta “Natale 1962. Scusami mamma, mi dispiace”, voi non ci vedete il mondo intero?

Amo leggere i libri usati, i sopravvissuti mi piace chiamarli.

Quelli datati, le prime edizioni, dall’aspetto sommesso e la voce grossa, quelli che hanno attraversato il tempo passando da molte mani. Quelli un po’ sgualciti, con le lentiggini rugginose, con le pagine vissute e gli angoli ammaccati, i caratteri eleganti e l’inconfondibile profumo di soffitta.

Libri che hanno perduto quella impettita, scomoda e sconsiderata rigidità giovanile, diventando morbidi e flessibili, malleabili al tatto e si spalancano dinanzi come due braccia famigliari soffici e accoglienti pronte ad invitarti ad entrare per accomodarti tra le pagine, nella loro storia.

Questa loro nuova flessibilità acquisita, sotto il peso degli anni, è fatta per adattarsi al corpo, alle mani quando li afferri o al torace quando ti addormenti con il libro spalancato sul cuore pronto a spiccare il volo tra cieli infiniti, costellati di sogni.

Saranno le sottili ed allungate rughe che solcano l’opaca ma elegante copertina, la carta saggiamente ingiallita o la piccola orecchia decorativa lasciata all’inizio del capitolo ma vi è un fascino unico nelle pagine invecchiate delle edizioni datate, nella raffinatezza della stampa, nel profumo della carta invecchiata, nei caratteri e nella rilegatura del passato.

Una cosa li rende oggetti unici e preziosi… i moltissimi occhi che li hanno incontrati, le infinite dita che li hanno sfogliati, gli innumerevoli tocchi che hanno subito. Quei libri hanno accarezzato molte vite, incontrato molte case, e accompagnato gioie e sofferenze.

In loro hanno trovato rifugio, conforto, evasione e divertimento tantissimi cuori felici, infranti, o affranti.  

Sono libri vivi che hanno assaporato la Vita, quella discreta, intima e nascosta di tanta gente; pagine che hanno accolto e suscitato pensieri che non potremo mai cogliere, semmai appena sfogliare, segretamente immaginare.

Del tratto singolare di matita che cerchia una parola o evidenzia una frase, quella parola o quella frase resta solo un solco nero e deciso, un segno che cela una vita, imbriglia un pensiero, coglie un’esperienza. Eppure, è sufficiente per raccontare qualcosa di chi, prima di noi, ha sfogliato quelle pagine, per sognare o analizzare, approfondire o per evadere un po’ in attesa di prendere sonno.

La ricchezza dei libri usati e riusati sta lì, nel rievocare ed abbracciare storie e vite vissute da altri in un passato o presente non troppo prossimo.

Ogni libro non è qualcosa di composto, ordinato, statico o definitivo; esso come un bambino curioso e vivace si arricchisce della lettura del lettore, del suo coinvolgimento emotivo e dei suoi pensieri, della sua realtà.

Gli occhi che corrono bramosi vivaci ed indiscreti sulle righe, rapendo le parole e strappando pensieri, hanno la capacità di regalare allo scritto nuove interpretazioni, nuovi ambiti di vita; donano alla parola scritta nuovi sentimenti, nuovi vissuti, come in una generazione infinita di significati, un movimento di infinite significazioni che nessuno potrà arrestare.

Quando prendo tra le mani la copertina rafferma e delicata di un libro usato, mi sento parte di un tutto, di una storia intima e celata che proviene da lontano, protagonista unica di una staffetta nella quale il prezioso testimone è stato consegnato nelle mie piccole e ossute mani. Solo per il tempo di una appassionata lettura, fino al volteggiare incerto dell’ultima pagina.

Dopodiché anche a me sarà chiesto di “lasciare andare quel libro”, affidarlo al tempo, al fluire delle mani, affinché, nel suo eterno pellegrinaggio, possa trovare nuove braccia e nuovi cuori pronti ad accoglierlo.

Ogni nuovo libro è come un viaggio avventuroso in un luogo misterioso che ancora non conosco: non so mai se il posto mi piacerà, se la corsa sarà piacevole, se incontrerò persone interessanti.

Osservo pensosa la copertina variopinta del nuovo libro che tengo stretto in mano e provo sempre una sorta di timore iniziale: sto intraprendendo qualcosa di nuovo e mi domando se il risultato sarà all’altezza dell’attesa. Non so esattamente cosa mi aspetta, perché leggere un libro è un po’ come iniziare un nuovo progetto: c’è sempre un po’ di timore nei primi passi e nel muovere gli occhi sulle prime righe, perché non conosco cosa mi può attendere, che sentimenti esso saprà suscitare e che pensieri attiverà.

Comincio ogni nuovo libro così…. boccheggiando, leggendo avidamente le pagine iniziali con un certo sospetto, quasi alla ricerca di quei timidi e scomposti segnali che possano certificare che è scattata la magia, che si è creata l’intesa e che l’alleanza tanto voluta è finalmente nata.

Leggere è tutta una questione di fiducia: passi del tempo in compagnia delle pagine, di quelle corpose scritte nere su sfondo bianco e ti affidi alla voce delle parole, ti consegni all’imprevedibilità della narrazione, alla voce dei personaggi, senza avere la più pallida idea della destinazione finale. Il libro sapientemente ti conduce per mano e tu ti lasci accompagnare, mettendo ogni passo dietro al suo, come un’ombra, concedendo all’autore il potere di determinare direzione, ritmo e meta.

Forse è a motivo di questo affidamento, di questo lasciarsi dolcemente cullare dalle voci, dal mare dei sentimenti, che ogni inizio è sempre dominato da un pregiudizievole, naturale e sconsiderato senso di diffidenza.

Poi qualcosa accade… una parola… una frase… una citazione… o un personaggio e inspiegabilmente e imprevedibilmente scatta una scintilla, una sintonia, una simpatia, un affiatamento. È il momento in cui tra l’autore ed il lettore, tra me e lui/lei, si genera un’intesa, una fiducia reciproca, un patto che consente alla lettura di procedere con un passo diverso, più consapevole, maturo, leggero, meno misurato. È solo allora che le pagine scorrono fluide e dense sotto gli occhi rapiti e commossi; è solo allora che non temo di iniziare un corpo a corpo con ogni parola, con ogni aggettivo e verbo, con ogni personaggio sapendo che quella battaglia è qualcosa che merita di essere combattuta e, se possibile, vinta. Quando tutto questo accade, beh, allora la magia della lettura sprigiona tutta la sua forza, la sua inebriante bellezza: allora ogni pagina diviene un piccolo tesoro di emozioni e di pensieri, di movimenti impercettibili dell’anima, di sfumature del cuore e di abissi che si spalancano davanti agli occhi, una collezione di sentimenti da annotare tra le pagine del diario dell’anima per non dimenticare e rivivere.

Sono quei momenti in cui il tempo inciampa, incespica, si arresta, cessa di scorrere, i pensieri prendono consistenza, le emozioni si sciolgono come neve al sole e solo l’inconfondibile fruscio del voltare delle pagine segna il divenire delle cose.

Sono attimi preziosi, spesso unici e misteriosi, mai banali, a volte disorientanti, in cui comprendi che la parola sa creare mondi, connessioni temporali, dipingere universi nei quali abitare da uomini e donne, finalmente liberi.

La cosa che più mi affascina dei libri è il loro periodo di incubazione, quel tempo in cui le parole prendono forma, si delineano, nella mente dell’autore e crescono, si sviluppano e maturano, come fa un seme nella terra, in modo silenzioso e nascosto, lento ma progressivo.

Un blog consiste nella possibilità di arrivare in modo diretto al lettore, senza barriere di tempo e di spazio, quasi in una immediatezza che connette la mano di chi scrive con gli occhi di chi legge. Il libro no. Subisce un processo totalmente diverso, la sua dinamica di sviluppo segue le ferree leggi che governano il tempo, differenti ed autonome.

Il libro nasce nella solitudine e nel silenzio di un luogo, in quello spazio abitato solo dalla pagina bianca e immacolata e dalla penna consunta dello scrittore, uno spazio privato, intimo, nascosto. Non germoglia sotto la luce accecante dei riflettori, non ci sono applausi o commenti quando la storia sboccia come un fiore in primavera, le frasi si animano accarezzate dalla brezza del vento dei pensieri, ma solo silenzio e solitudine.

O meglio, solo quel dialogo muto che lo scrittore pratica con sé stesso e la stanza che lo circonda.

Quando prendo tra le mani un libro e ne sfoglio dolcemente le pagine, mi accade di immaginare quei lunghi momenti, forse mesi, forse anni, in cui quelle parole sono state generate; mi piace immaginare quel lento e tormentato processo di incubazione grazie al quale il racconto ha preso forma, consistenza e spessore.

Ripenso a quando la mano dello scrittore iniziava a tracciare i primi incerti segni sulla carta, imbastiva la storia, cuciva la narrazione, dava anima ai suoi personaggi, tesseva la tela del racconto. Allo stesso modo amo pensare ai tentennamenti, ai ripensamenti, ai cambi di direzione, alle correzioni, alle parole riscritte mille volte alla ricerca di quella buona.

Forse non solo i libri ma ogni cosa bella della nostra vita ha visto la luce nel privato: un’amicizia, un amore, una passione, un interesse, una decisione, una scelta, una determinazione. Forse le cose per nascere hanno bisogno di quello spazio tranquillo, intimo e riservato che le sappia proteggere, custodire e nutrire, quell’angolo nel quale, lontano da presenze indiscrete e inopportune e sguardi voraci, abbiano la possibilità e la libertà di fiorire, divenire, di crescere e di accadere.

È così affascinante quando afferriamo tra le mani un libro fresco di stampa tra i traballanti banchi di una improvvisata bancarella di città in un pomeriggio uggioso di metà novembre e lo strappiamo alla compagnia di altri libri, con quell’odore inconfondibile di novità e giovinezza, pensare a quelle ore silenziose di pace in cui egli ha preso forma; ai giorni in cui le sue pagine bianche e immacolate si riempivano di caratteri, di vita di senso, si significato, lontano da tutti e da tutto.

È bello pensare a quell’evento di nascita, che, come ogni nascita, non può essere né detto né visto.

Lunga vita alle bancarelle di libri allora!

Hanno un irresistibile fascino vintage e sui loro banchi spesso si trovano piccoli tesori dimenticati.

Libri nuovi, libri vecchi, occasioni a pochi spicci. Ogni bancarella ha la sua organizzazione. Ogni bancarella ha il suo tipo di venditore: un vecchio signore schivo, alto e magro dalle spesse ciglia di biacca, arcuate, i baffi alla Poirot e la pipa in bocca, una gentile ed elegante signora di mezza età intenta a fare le parole crociate con spessi occhiali neri abbassati su un naso dal profilo importante, un logorroico e simpatico signore di mezz’età pronto a dispensare interessanti e poco scontati consigli di lettura, uno uomo che oggi verrebbe simpaticamente definito il lettore forte.

Un ricettacolo di umanità, un piccolo paradiso per ogni lettore curioso e, un po’ come alla stazione dei tram alla solita ora nei giorni feriali, ci si riconosce quasi tutti. Ci si scambia un amabile sorriso di benvenuto e un cordiale e musicale arrivederci. Capita addirittura che scappi un oculato e prezioso consiglio o uno sguardo ammiccante d’intesa quando il classico è un cult o il contemporaneo una scoperta straordinaria, individuale prima che collettiva.

Così mentre lo sconosciuto si aggira irrequieto tra i titoli, indeciso, come il più accanito seguace di MasterChef davanti alle seimila varianti di sugo pronto, i soliti volti noti si alternano alle sue spalle come giocatori di poker allenati a barare, senza scopo di lucro. La curiosità raggiunge tassi che l’umidità non tocca nemmeno di striscio e nell’attesa della scelta, tutti, se potessero, si racconterebbero la stessa storia….

Siamo fatti della stessa sostanza dei libri

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