Le quattro ragazze Wieselberger - Fausta Cialente
RECENSIONI,  Recensioni Upsilamba

Le quattro ragazze Wieselberger – Fausta Cialente

Le cronache del tempo la immortalano così, cinta da un lungo abito dorato accuratamente scelto per l’occasione.

 

Tuttavia, nelle molte fotografie scattate durante la serata e sfogliate per curiosità in questi primi freddi dal deciso sapore autunnale Fausta Cialente si direbbe invece indossare un semplice ma elegante chemisier a righe.

Il bianco e nero dei quotidiani, gli ingrandimenti spesso chiassosi e sgranati degli scatti rubati nell’entusiasmo generale del momento, incoraggiano parecchie congetture.

L’abito forse ha le tasche e forse una cintura.

Forse è di seta, forse le righe o il fondo chiaro riprendono pallide tonalità di azzurro simili a quella bellissima dei suoi appariscenti occhi celesti.

Veste con disinvoltura una mise appropriata alla sua figura di donna minuta, dai capelli bianchi, che aderisce all’immagine sobria, elegante ma essenziale che la me, lettrice dei suoi libri, si è fatta di lei.

Il fatto certo è che la sua vittoria non sorprenderà nessuno. Era anzi talmente prevedibile, sottolineano i giornali, che la paura del cattivo gusto aveva vietato ogni pronostico.

Lei stessa dirà subito dopo con la solita sfacciata e perspicace franchezza:

 

“Devo essere sincera. Il premio me lo aspettavo”.

 

È l’8 luglio 1976 e al ninfeo di villa Giulia va in scena la trentesima edizione dello Strega. Il cielo plumbeo minaccia un temporale che non esploderà, risparmiando una premiazione tanto attesa.

Fausta Cialente ha settantotto anni: tra i vincitori resta l’età più alta. Per numero di voti ha quasi doppiato Ottiero Ottieri, è massimo il distacco dagli altri concorrenti. Al microfono pronuncia appena due parole e fa un sorriso molto timido mentre solleva le braccia per mostrare l’assegno ai fotografi. La strada che l’ha trascinata su quel prestigioso palco segue del resto un tracciato assai poco lineare e spesso in ombra.

A sentirsi diversa, differente lei ci è abituata: eccentrica rispetto all’ambiente letterario italiano, estranea a mode o correnti, in anticipo sul proprio tempo ma ogni volta fatalmente in ritardo.

Fausta Cialente era una donna anomala, ed è stata una scrittrice anomala.

Amava ombre e silenzi e più i libri che le persone.

Di origini triestine, ma di nascita cagliaritana, ha girovagato durante l’infanzia e l’adolescenza per tutta l’Italia seguendo i trasferimenti del padre Alfredo, abruzzese, ufficiale di carriera; poi ci fu Alessandria d’Egitto, dove visse per anni con il marito, dunque Roma, Varese e alla fine Londra.

Fausta Cialente è stata la scrittrice di confine per eccellenza, che pare trovare definizione in una frase messa a introduzione all’edizione del 1976 di “Interno con figure“.

 

“Mi domando se d’italiano ho solo la lingua. E anche quella per caso. Mi sento straniera dappertutto”.

 

Così scriveva, e le sue parole anche adesso riecheggiano fredde, solide, poco inclini al sentimentalismo, perfette guide per scoprire nuovi mondi, per ispezionare i tempi, trasmettere i luoghi.

I libri di una scrittrice raccontano la sua vita meglio di qualsiasi autobiografia. Il che è certamente vero nel caso di Fausta Cialente, grande autrice dimenticata del nostro Novecento, la cui essenza però è rimasta intrappolata nelle pagine, tra le righe della sua composta scrittura, negli spazi bianchi e nelle fughe fallite o irrisolte dei suoi protagonisti che a lei, invece, riuscirono benissimo.

 

“È la prima volta che racconto di me in modo completo e crudo. Vorrei che il libro fosse preso per la testimonianza di una donna che parla del suo tempo. Attraversa più di mezzo secolo; e io sono stata, presto, una ribelle”.

 

Questo aveva detto a Laura Lilli in una lunga intervista uscita su Repubblica un mese prima delle votazioni per la cinquina dello Strega.

Riedito dalla nuova Tartaruga dopo quarant’anni esatti di assenza e introdotto da un luminoso e intenso ritratto dell’autrice che firma Melania Mazzucco, “Le quattro ragazze Wieselberger” è l’unica opera apertamente autobiografica pubblicata dalla scrittrice.

In questo romanzo è possibile non solo scoprire le origini della famiglia dell’autrice ma anche affondare i pensieri nella Storia di un’Italia che cambia, in un arco di tempo molto ampio, tra la fine del IXX secolo e la fine del XX.

È dunque una memoria personale che diventa memoria collettiva, capace di far immergere il lettore nelle dinamiche di una famiglia complessa, culturalmente e caratterialmente, in cui la genealogia femminile ha un ruolo fondamentale.

Il ritratto di una famiglia amorevole, socievole e colta, con il padre musicista: maestro di musica, autore di musica.

Appassionato cultore di un’arte sottile, impalpabile e tuttavia tenacissima nel plasmare una vita quotidiana di riposata e composta bellezza, luminosa di affetti, di luoghi ariosi, aperti e indimenticabili, come il golfo e l’ormai campestre via dell’Istria, di case borghesi protettive e bellissime, con i loro spazi comodi e perfettamente curati, i mobili di noce e d’acero tirati a specchio, i salotti luminosi e caldi, i giardini dalle fresche ombre a protezione dalla calura estiva, i frutteti profumati.

Su questo mondo patinato vigila l’equilibrio attivo e sagace della madre, che fa da pendant alla musica del padre, altrettanto armoniosamente perfetto, con i suoi riti della tradizione, quotidianamente famigliari, la parlata triestina musicale e rasserenante, l’humor vivificante e la cordialità accogliente, la premura delle cose, la protezione del cibo, delle lenzuola pulite ampie e odorose, dei ninnoli sui mobili e dei centrini ricamati sui bassi tavoli con il caffè.

Il racconto dipinge la vita, un’epoca (quasi un secolo di storia d’Italia) e dà vita a personaggi esemplari di certe caratteristiche degli italiani, che conservano però, e in certi casi recuperano, la dimensione umana e realistica di uomini e donne presenti nel quotidiano di Fausta.

La stessa autrice, tante volte rappresentata fragile, e incline talora a eccessi di autocommiserazione, si mostra e si confessa anche donna forte, astuta, consapevole dei privilegi che le hanno conferito cultura, tradizione familiare, classe di appartenenza, cioè i privilegi di quella borghesia che tante volte ha snobbato, criticato e di cui ha svelato ipocrisie, avidità, stupidità ed ignoranza.

L’autrice si sente così di condensare in sé stessa e di riporre tra le pagine due contesti e due luoghi estremamente differenti, che spesso sono posti in antitesi e accumunati solamente dal mar Adriatico: Trieste, città cosmopolita e culturalmente attraente e luogo d’origine della famiglia della madre, i Wieselberger, e l’Abruzzo, terra d’origine del padre, ufficiale del Regno d’Italia. Cialente mostra le contraddizioni di entrambi i contesti, focalizzandosi, nella prima parte del romanzo, sulle vicende delle quattro sorelle Wieselberger, tra cui vi è la stessa madre, Elsa, evidenziando spesso l’adesione acritica e sognante della famiglia materna all’irredentismo.

È una vita costituita dunque su un equilibrio incerto, precario, con una difficoltà di costruzione di una identità solida, come spesso accade per una donna apolide nata a ridosso di un secolo così complesso. Ed è proprio sulla costruzione della propria identità che il romanzo si focalizza nella quarta e ultima parte.

Quella di Fausta Cialente è una vita sicuramente, ammagliante, imprevedibile e avventurosa, agli occhi del lettore.

E le ultime pagine, assai belle, poetiche e profonde contengono alcune riflessioni della scrittrice sulla “continuità della vita”, sulle sue bellezze e le sue tragedie.

 

“Queste care figure che mi camminano davanti sono proprio mie, pensavo guardandole con tenerezza; erano un me stessa sdoppiato […]. Sapevo di amarle profondamente, e siccome il mio non era un sentimento nuovo, doveva essere dunque un risveglio. Ma perché un risveglio? E proprio allora? Ch’esse rappresentassero per me la continuità della vita poteva essere solo un severo richiamo alla realtà, una sensazione dovevo responsabilmente accettare, dopo averla riconosciuta; ma quasi non bastasse, e mentre così le seguivo amandole, mi venne improvvisamente un altro pensiero, o forse un presentimento, ch’era pure un angoscioso sospetto: se mi volto, non vedrò forse mia madre camminare dietro di noi, anche lei su questa spiaggia? È possibile che sia lì a seguirci e a volerci ancora bene? Non mi volto, naturalmente, non voglio vedere la spiaggia deserta alle mie spalle, né se l’ultima delle triestine Wieselberger ci sta davvero seguendo […]. Forse questo è il suo messaggio, ed è venuta fin sulle rive del Golfo Persico a portarcelo: vi voglio ancora bene, ma lasciatemi in pace, adesso, e pensate a vivere sbagliando il meno possibile. Noi abbiamo tanto sbagliato”.

 

Fausta Cialente in “Le quattro ragazze di Wieselberger” lascia grande spazio alla libertà inventiva e immaginativa, al rapporto stretto ed indissolubile tra il mostrarsi e l’essere, tra l’essere e l’apparire, alla percezione dell’esistenza tramite la solidità di un corpo, alla forma, alla materia, sia di chi percepisce sia di ciò che viene percepito, con esiti straordinari, come nella rappresentazione di una natura viva, colorata, profumata, in perenne movimento.

La dolcezza del ritmo narrativo, la compostezza delle parole, la sapienza nel gestire le storie sul doppio binario del presente e del passato, le descrizioni degli scenari, la capacità di raccontare i sentimenti e la psicologia dei personaggi attraverso un gesto, un lieve battito di ciglia, mani che si sfiorano, accarezzano, incontrano, un lessico ora fiabesco ora materico, gli aggettivi precisi e morbidi, restituiscono una fisicità alla scrittura e una vitalità alle pagine che appartiene certo alla terra raccontata ma anche alla percezione del suo stesso corpo così presente e in prima linea.

Questi elementi sono anche il segno distintivo del suo originale, straordinario ed indimenticabile modo di scrivere “al femminile”, che non sta nella sola e sterile riflessione teorica o in precise tematiche o problematiche che Fausta Cialente a tratti inserisce e affronta, sviscerando a fondo, ma nella capacità di porsi in modo assolutamente, vero, realistico e autentico a cospetto delle sue altalenanti emozioni e riuscire a dare loro forma e vita.

L’equilibrio è un elemento fondamentale in un libro: se, scorrendo tra le pagine, ci si sente immersi tra emozioni e fatti quasi tangibili, si può dire di aver trovato uno scrittore o una scrittrice e qua l’equilibrio domina le pagine, piegandole al tempo della lettura.

“Le quattro ragazze di Wieselberger” è un romanzo che inonda sia musicalmente che socialmente, e che ci presenta anche personaggi del periodo, come Puccini, Verdi, Boito, e un certo industriale di vernici sottomarine, Ettore Schmitz, non ancora conosciuto come Italo Svevo.

Un occhio attento e deciso da parte della scrittrice si posa anche sulla condizione della donna, che è spesso costretta a rinunciare ad una carriera per un matrimonio, matrimonio che poi per il nome e rispetto dei figli, sempre la donna, dovrà tenere insieme, pur sapendo delle gesta alquanto libertine dei propri mariti.

Un romanzo struggente, bellissimo, che va letto sia per la qualità della scrittura, che non si abbandona alla facile malinconia e al sentimentalismo, sia per il quadro di un’epoca irrimediabilmente finita, in una città dalla Storia tutta sua, ai confini fra Italia ed Europa… Trieste.

I libri ci conducono su strade nuove, ci invitano a spingerci oltre i nostri limiti, ci spalancano nuovi scenari, ci invitano alla comprensione e alla ricerca. 

Per Fausta Cialente, l’inizio di una nuova lettura porta con sé lo stesso carico di emozione che caratterizza l’apertura di un sipario. “I personaggi entrano in scena, la rappresentazione comincia”: non sappiamo cosa ci attende, potenzialmente siamo di fronte alla sorpresa e all’ignoto, ma di sicuro siamo di fronte a un inizio.

Un inizio questo che consiglierei ai cuori impavidi e agli animi selvaggi, nomadi, a chi non si ferma alle apparenze e non si lascia sfuggire la bellezza del passato, degli attimi, dei dettagli. A chi riesce a sfogliare l’album delle vecchie fotografie di famiglia, accarezzare le pellicole, lasciandosi cullare appena dalla dolce malinconia dei ricordi, ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro, a una nuova avventura, a nuovi lidi.

 

AUTRICE: Fausta Cialente 

GENERE: Romanzo autobiografico

EDITORE: La Tartaruga 2018 (I Romanzi)

NUMERO DI PAGINE: 270

NOTIZIE: Uscito nel 1976, ha vinto nello stesso anno il Premio Strega

Acquistabile online

(Ricordati, se puoi, di sostenere le piccole librerie indipendenti)

Subscribe
Notificami
guest

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
error:
0
Would love your thoughts, please comment.x