Il dio delle piccole cose
RECENSIONI

Il dio delle piccole cose – Arundhati Roy

Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy mi rincorre da molto tempo. Una decina d’anni almeno sono passati dal nostro primissimo, acerbo e sfuggente incontro.

Questo titolo mi colpì la prima volta all’età di 15 anni.

Lo vedevo osservarmi di rimando, stampato in rilievo sulla sua appariscente copertina a sfondo rosso, decorata con tanti piccoli pavoni privi di profondità, di un’edizione SuperPocket a sole 7900 Lire abbandonata lì tra i pochi ma forniti scaffali di una piccola ma curata ed accogliente biblioteca di montagna.

Purtroppo, a me non piace seguire il fattore moda o quello novità per la scelta delle letture. Devo arrivarci coi miei tempi e spinta dal giusto stimolo.

È così da sempre.

In questo caso, tutto è nato quando ho rivisto questo romanzo esposto nella vetrina di una libreria questa estate. Ho capito che era arrivato il momento di leggerlo e ho spolverato la vecchia copia edizioni TEA che avevo comprato online tempo fa, in una di quelle rapide sessioni serali di shopping libresco.

Ammetto di non essere esperta di letteratura indiana, ma conto di colmare questa grave lacuna. E questa lettura mi è sembrata un ottimo punto da cui partire.

Una galleria di personaggi variopinti popola ed anima le pagine di questo intenso e magico romanzo della scrittrice Arundhati Roy, classe ‘61, che porta in scena una appassionante storia familiare che si snoda dagli anni Sessanta agli anni Ottanta del secolo scorso, in una terra dai mille colori, dove i pesanti retaggi culturali secolari si incontrano e scontrano con i moderati venti della modernità.

In un mondo dove gli Intoccabili non possono sporcare il suolo con le loro impronte, in un mondo fatto di uomini violenti e donne forti e di uomini innamorati e donne scostanti, si consuma la storia di una famiglia, se non persino di una nazione.

Un romanzo corale che presta la voce agli ultimi della società indiana: alle donne separate, ai figli senza un padre, ai lavoratori ingaggiati per le attività più usuranti e umilianti.

Un groviglio di storie che mescolano dolore, crudeltà, discriminazione, ma sulle quali si posa e soffia la timida brezza dell’amore, del sogno e della speranza.

Il Dio delle Piccole Cose è la storia di una famiglia indiana, filtrata a più riprese dagli occhi dei due giovani discendenti, una coppia dizigotica di gemelli, un maschio e una femmina, Estha e Rahel. Il romanzo non si sofferma a narrare la storia delle vite dei due gemelli nel presente, quanto piuttosto utilizza il filtro della loro percezione ipersensibile e innocente, prima di bambini e poi di giovani adulti, per dipingere un quadro completo, puntuale e preciso della famiglia in cui sono cresciuti e dei legami da cui è costituita.

Mentre la marmellata sta sul fuoco a cuocersi e il monsone avvolge il paese le generazioni scorrono, ma non le ingiustizie e le lotte per cambiare lo stato delle cose.

La trama scandaglia con dovizia di dettaglio e un inquietante senso di realtà le vite dei personaggi, ripercorrendone vicissitudini, scelte e prove di vita, snocciolando allo stesso tempo desideri e sogni infranti di ciascuno di essi, non per ultima la madre dei due gemelli Ammu che diventa, ben presto, personaggio protagonista dell’intera vicenda, schiacciata dalle tradizioni e dalle leggi sociali del suo paese.

La storia è drammatica, cruda, Arundhati non risparmia difficoltà e sofferenza al lettore.

I dettagli inquietanti e purtroppo reali della condizione femminile della donna in India descrivono una panoramica a tratti disturbante.

ll senso di abitudine alla sofferenza, al sacrificio e all’umiliazione che la Roy descrive tramite i suoi personaggi femminili è così radicato in questa cultura, tanto da evidenziare che la scrittrice non calca la mano su alcune vicende di violenza solo per catturare l’attenzione del lettore. Sta descrivendo fedelmente la dura realtà del suo paese, cui lei non è estranea e per la quale attualmente combatte in prima linea, impegnandosi nella lotta per i diritti delle donne in India.

Sullo sfondo di questa storia drammatica, si muove il tempio sacro delle divinità indiane. La scrittrice impregna il racconto di affascinanti narrazioni mitologiche che sfumano abilmente tra sogno e realtà, regalando al lettore la possibilità di conoscere il kathakali, una forma espressiva di teatro-danza indiano, originaria dello stato indiano del sud del Kerala. Una combinazione spettacolare di teatro, danza, musica e rituali che rimandano alle storie epiche indù, tratte dal Mahabharatha e dal Ramayana, i poemi epici indiani.

Il dio delle piccole cose si nutre di un certo realismo magico che l’autrice ha sempre rifiutato ma la cui presenza è evidente in tutto il romanzo.

La magia delle Piccole Cose che riempiono la vita umana e che rendono dignitoso un uomo, miserabile una prozia, disperata una madre, immortale una bambina di nove anni (o meglio, il suo ricordo), un’unica anima ed un unico corpo due gemelli. La magia che rende ogni storia irripetibile, ma anche emblematica.

Il dio delle piccole cose è un romanzo intriso di poesia pregno di tradizione e la penna di Arundhati Roy è lieve e allo stesso tempo tagliente e affilata come quella di un poeta. Il libro è ricco di descrizioni così vivide e di passi così visivi e musicali che i cinque sensi quasi si confondono, si mescolano nel leggere la storia.

Pagina dopo pagina, riga dopo riga, veniamo coinvolti ed avvinti da una storia intessuta con continui ed incessanti andirivieni temporali, con paralizzanti accelerazioni ed altrettanto frenetici rallentamenti e alla fine non senza stupore, ci rendiamo conto che forse la misurazione più consona e vera del Tempo in questo testo è quella di un orologio di plastica da bambina, con le lancette disegnate sul quadrante (le ossessive “dieci alle due” dell’orologio di Rahel).

Se ne evince dunque che la lettura di questo romanzo, sublime, profondo, raffinato e realissimo, non è molto scorrevole.

Non solo per via dei continui cambi di tempo che rendono frammentata e difficile la comprensione della trama. Ma anche per via della profonda differenza culturale che rende un lettore occidentale naturalmente distante ed estraneo di fronte a queste vicende.

Proprio per questo motivo, tuttavia, mi sento di consigliarne la lettura, in un momento di calma, a chi ancora dovesse avere questo romanzo nella lista dei libri da leggere.

Questa lettura non è solo piacere.

E’ molto di più.

E’ storia pura e semplice, è vita vera dell’India filtrata dagli occhi dei personaggi dipinti dalla Roy.

Personaggi che, in quanto rappresentazione storica di un intero popolo le cui storie giacciono in silenzio, troppo distanti da noi per poter essere udite, richiedono di essere capiti, compresi sino in fondo, con lentezza, e assaporati nella loro tragica essenza di fallimento e di perdita.

Questo è il Dio delle Piccole cose, il Dio della Perdita, come ci narra la scrittrice.

Il profondo e avvilente senso di disfatta del piccolo e radicato desiderio umano che si infrange come un mare in burrasca sugli scogli, contro cose più grandi di lui, incapace di vincere.

Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo alla fine lo cambiano davvero.

AUTORE: Arundhati Roy

GENERE: Romanzo, Narrativa psicologica, Narrativa domestica

EDITORE: TEA 2021

NUMERO DI PAGINE: 357

NOTIZIE: Vincitore del Booker Prize 1997

Acquistato online

(Ricordati, se puoi, di sostenere le piccole librerie indipendenti )

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