Madre Piccola
RECENSIONI

Madre piccola – Ubah Cristina Ali Farah

Uno dei grandi tabù della storia italiana, del passato d’Italia è e resta il colonialismo, con il suo ingombrante carico di razzismo, orrori e bugie.  Sugli scaffali della mia fornita libreria due storie che mi attendevano da tempo, due storie che ci aprono gli occhi, ci costringono a fare i conti con quel che molti non sanno e altri preferiscono ignorare, rimuovere o indorare. Due volumi che proiettano quelle drammatiche e dimenticate vicende sull’oggi attraverso lo sguardo interno ed attento di due grandi scrittrici afro-italiane Cristina e Gabriella che le rigide etichette del momento piazzerebbero nell’infelice categoria “migranti di seconda generazione”.  

Di Gabriella Ghermandi con “Regina di fiori e di perle” ci sarà presto modo e occasione per riparlarne. Quest’oggi la mia attenzione va a Madre Piccola di Ubah Cristina Ali Farah, lettura del mese di agosto.

La lettura di questo romanzo avvicina a temi fondamentali che mettono in moto quel meccanismo decolonizzante che fa prendere consapevolezza a noi lettori italiani di situazioni storiche, passate e presenti, su cui i riflettori generalmente non si posano o si oscurano.

Si ricorda quel che si vuole: abbiamo una “memoria selettiva” spiega Barni Sharmaarke. Sollecitandoci a non scordare il nostro passato di emigranti, Barni rammenta a una giornalista, proprio nelle prime pagine del romanzo, che esiste una “storia circolare di povera gente mossa dal desiderio. Desiderio così totale da strappare radici, da sfidare cicloni”.

Ritrovare sé stessi, i propri affetti, il proprio passato, potrebbe essere il concetto che fa da appoggio a tutta la narrazione: esso diventa l’obiettivo delle due grandi protagoniste, Domenica e Barni cresciute insieme a Mogadiscio, bambine spensierate e felici in un mondo compatto di affetti familiari e radici comuni.

Le due donne, rispettivamente italo-somala e somala, sono sin dall’infanzia legate da un rapporto stretto, quasi viscerale, che tuttavia verrà spezzato dalla partenza per l’Italia di Domenica e poi dalla tragica vicenda della guerra in Somalia. Questo allontanamento imposto coinvolge, naturalmente, non solo le due protagoniste, ma l’intero popolo somalo, la cui diaspora nel mondo rappresenta lo sfondo, il nucleo dell’intero romanzo.

Barni trova a Roma un faticoso equilibrio grazie al lavoro di ostetrica e riesce a circondarsi di nuovi affetti.

Domenica Axado, invece, sradicata e trapiantata in un contesto diverso, inizia a peregrinare senza meta. Solo un decennio dopo, in attesa di un figlio, si ricongiungerà alla cugina: Barni sarà la habaryar, «madre piccola», del bambino, e grazie alla nascita di Taariikh ( che significa «Storia» ) le due donne potranno finalmente riannodare quei fili che sembravano sciolti per sempre. Alle loro voci che si alternano nella narrazione, e hanno il sapore di un racconto orale, si unisce quella di Taageere, marito di Domenica Axado. I ricordi frammentati piano piano, pagina dopo pagina, come un puzzle si ricompongono e le esistenze disperse delle persone che hanno fatto parte delle loro vite tornano finalmente a formare un quadro unico.

Sono due quasi sorelle [“lei era la mia seconda anima, il mio completamento”] che si ritrovano, ognuna con un bagaglio di sofferente, dopo decenni; intorno uomini che molto piu di loro restano in balia degli eventi perché incapaci di prendere una direzione netta, incapaci di spingersi oltre le tradizioni: “si sentono inutili […] non occupano più il luogo delle decisioni”.

Il racconto di vite spezzate, di esistenze scisse, scomposte, di appartenenze infrante o perdute, potrebbe dare al testo un tono auto-commiserante e rassegnato; al contrario, ciò che si respira e costantemente serpeggia vivido tra le righe è un forte senso di forza e tenacia, un senso di riscatto.

Si rimane meravigliati e colpiti nell’apprendere la complessità narrativa che Cristina Ali Farah dimostra con questo romanzo che non si snoda attraverso un percorso lineare ma si struttura attraverso rimandi, flash-back, riprese, che costituiscono il pregio e la complessità dello scritto.

Non c’è un’unica storia, ma più vicende che si intrecciano, che si rincorrono a costituire un’intelaiatura e a dare corpo a personaggi diversi, tutti ugualmente importanti.

Personaggi che vivono sentimenti di accettazione, di rifiuto, di diffidenza, di disagio, piccolo o grande come ciascuno di noi. Sentimenti di amore e odio, di rassegnazione, di assunzione di responsabilità o anche di deresponsabilizzazione.  Personaggi segnati da relazioni familiari anaffettive, che devono continuamente ricreare la propria volontà di vivere e amare.

L’autrice si mostra maestra nel cambiare ritmo, evidenziando come le storie talvolta si dispongano come fili di un gomitolo dopo che un gatto lo ha fatto rotolare e aggrovigliato mentre in altri passaggi invece procedano dritte come spade per colpire più velocemente noi lettori.

La prospettiva della narrazione assume facce sempre mutevoli, dando la sensazione di una costruzione poliedrica e ad incastri, che richiede da parte del lettore ricerca e partecipazione alla soluzione dell’incastro stesso.

Perfetta, densa e commuovente la descrizione che ci fa Ubah della stazione di Roma, immagine che vale l’intera lettura del libro.

Termini a Roma, come altre stazioni nelle grandi città è “piena di dolore”, luogo di incontro e di partenze per chi, “fagotto carico di sofferenza”, viene respinto. “Crocevia, coagulo di dolore, anticamera dell’oblio” ripete anche Axad. “Una malattia di troppe solitudini” che, in forme molto differenti, colpisce profughi, migranti, sradicati, “vita slegata, vita senza luoghi”. Espropriati, “anche dell’anima”. Si fugge dalla disperazione e dalla povertà ma si scopre anche, dice Taageere, “quanta tristezza c’c in Occidente […] non ce li possiamo immaginare tanti vagabondi quando siamo giù e sentiamo parlare di quei Paesi che stanno bene”. La coraggiosa Barni, ostetrica di bimbi e insieme levatrice di memorie, riflette – su un trenino, forse non è un caso – come “il dolore ribalta lo sguardo della gente”. Si va avanti perché “se dovessimo ricordarci tutta la tristezza del mondo non potremmo sopravvivere”.

A libro finito chi leggendo avrà avvertito una qualche fitta dalle parti dei polmoni… avrà imparato a guardare le stazioni e chi le frequenta – in cerca di volti e Paesi perduti – con altri occhi.

L’autrice consegna ai lettori un piccolo gioiellino… un romanzo corale, difficile, intenso, raffinato, delicato, potente che senza i toni aspri della denuncia, aiuta a riflettere in profondità su un capitolo troppo poco spolverato, descrivendo alcune delle pesanti eredità che gravano ancora oggi sia sugli individui che sulla collettività.

AUTORE: Ubah Cristina Ali Farah

GENERE: Romanzo, Narrativa

EDITORE: 66THAND2ND

NUMERO DI PAGINE: 281

Acquistato online

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