In altre parole
RECENSIONI

In altre parole – Jhumpa Lahiri

Come si fa a parlare di un innamoramento?

Probabilmente elencando le cose che ci fa fare.

Essere pazienti, testardi, rallegrarci, soffrire. Desiderare di conoscere a fondo l’oggetto del nostro amore, sapere tutto, non sbagliare niente.

Come scriveva l’immortale poetessa Antonia Pozzi: “Desiderare di donarsi”.

Desiderare di donarsi anche contro ogni logica, perché è vero che l’amore ci rende ciechi e devoti persino quando ciò che amiamo è soltanto una pazza idea, una strada tutta in salita.

Lahiri, che è una donna molto innamorata, lo sa bene.

Nel suo dolce cuore, nei suoi occhi grandi, nel suo impegno quotidiano, c’è lei: una lingua, l’italiano.

È all’italiano che da anni dedica le sue giornate, i suoi continui sforzi, la sua totale devozione, il dolore degli sbagli e la gioia dei progressi.

 “Quando sei innamorato, vuoi vivere per sempre”, dice. “E io non voglio morire, perché la mia morte segnerebbe la fine della scoperta della lingua”.

Da quando Jhumpa ha deciso di trasferirsi a Roma, l’ “Internazionale” le ha chiesto di narrare la sua travagliata avventura con la lingua italiana in una rubrica, settimana dopo settimana, la storia di un vero e proprio corteggiamento linguistico, inguaribilmente a senso unico. 

“Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”.

La casa editrice Guanda ha deciso poi di raccogliere le rubriche settimanali e farne uno splendido libro, “In altre parole”, il primo vero libro che Jhumpa Lahiri scrive in italiano.

Mi sono imbattuta nella copertina mentre vagavo alla ricerca di un altro titolo, l’ho guardato, l’ho riconosciuto e l’ho preso, sapendo che sarebbe diventato uno di quelli che avrei voluto tenere sempre sul comodino, anche una volta finito di leggere, per sfogliarlo, rileggere delle frasi, convincermi della giustezza di qualche idea. 

In altre parole è uno di quei libri che per brevità si possono leggere in un pomeriggio, ma io ho cercato di centellinarlo, di diluirlo, pagina dopo pagina, per lasciarmi raccontare ancora una volta l’avventura di chi parte semplicemente “per cambiare strada”, per ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore e meraviglia.

C’è il Tabucchi di Requiem che campeggia fiero nelle prime pagine.

 “Avevo bisogno di una lingua differente: una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione»”.

Suona come una giustificazione o una dichiarazione d’amore verso la nostra cultura

Quella di Jhumpa Lahiri è la storia di un desiderio che diventa un bisogno, il bisogno una devozione e la devozione un’ossessione.

È un vero e proprio viaggio linguistico, non semplice, anche dentro la persona.

Imparare a padroneggiare una lingua, fare i primi insicuri e traballanti passi linguistici, assaporarne le sfumature di significato, gustarne le forme, esplorarne il colore, superare le frustrazioni con l’ostinata determinazione della passione e ritrovarsi con una nuova voce con cui dare espressione ai propri pensieri.

È questa l’esperienza formativa raccontata dalla scrittrice americana di origini indiane, Jhumpa Lahiri.

Una ricerca meticolosa, sofferta, un lavoro complesso con cui la scrittrice anglofona ha voluto raccontare il suo sudato rapporto con l’italiano, una lingua imparata coscienziosamente, da adulta, con la determinazione che si riserva alle scelte personali prese per il desiderio e l’ostinazione di oltrepassare un proprio limite, di superare l’ostacolo.

Scegliendo di allontanarsi dall’inglese, la lingua di espressione più spontanea e conosciuta, Jhumpa Lahiri fa un salto rischioso, e ne illustra le motivazioni ai lettori con una elaborata e sensata logica che si dipana progressivamente, capitolo dopo capitolo, convincendoci che l’adozione di un nuovo mezzo di espressione fosse una necessità ineluttabile per restituirle autenticità e libertà di espressione.

Nel suo corposo manuale d’amore per l’italiano l’autrice racconta i suoi sentimenti di persona deterritorializzata, alla quale pesa la mancanza di una lingua, di un luogo in cui identificarsi.

 “I concetti di esilio e di ritorno implicano un punto di origine, una patria. Senza una patria e senza una vera lingua madre, io vago per il mondo, anche dalla mia scrivania. […] Sono esiliata perfino dalla definizione di esilio”.

Tre lingue: una per la famiglia d’origine, una per il mondo e una per sé stessa

Il bengalese, simbolo della prima infanzia, è la lingua degli affetti, dell’espressione orale, che rimane circoscritta all’infanzia, allo spazio domestico e all’intimo rapporto con i genitori e talvolta con i figli. L’inglese, che padroneggia perfettamente e sul quale ha costruito la sua fama di scrittrice premio Pulizer, è l’altra lingua della sua vita: quella con cui scrivere, quella per pensare.

Tuttavia, il rapporto con entrambe è reso difficile, a tratti problematico dalla coscienza che l’inglese e il bengalese sono lingue costrittive, imposte, legate al passato e al presente della sua storia familiare.

In questo conflitto trova ragione di esistere l’italiano, una zona franca per questa romanziera apolide: uno spazio in cui dare forma e vita ai suoi pensieri con il supporto di una struttura linguistica nuova, unica, che sente sua proprio perché, sebbene culturalmente e genealogicamente distante, rappresenta una volontà, una scelta giustificata e ponderata.

Se inglese e bengalese sono metafora di naufragio, l’italiano è un approdo sicuro perché ben calcolato.

Il rapporto con questa nuova lingua non è facile: Jhumpa Lahiri deve dosare, ammaestrare le parole con regole grammaticali e sintattiche che ha bisogno di imparare e immagazzinare una per una, che perentorie rallentano il suo percorso di stesura di pensieri.

Eppure non demorde.

Sbaglia, si informa tra gli amici italofoni, legge libri sulla morfologia dell’italiano per poi scoprire che certe regole non vengono rispettate neppure in letteratura, rilegge i testi con varie persone, ognuna delle quali ha un consiglio su come migliorare un aggettivo, alleggerire un periodo, dare più spontaneità ai brani.

Il risultato è riuscitissimo.

Una marcata riflessione sulla lingua che coinvolge la sfera emozionale, sentimentale, una confessione intima che si serve dell’italiano con educazione, con la manualità accorta che si riserva alle cose intime, delicate e preziose.

Jhumpa Lahiri riesce a rendere l’italiano estremamente suo, ne fa un mezzo espressivo personale per raccontarsi e gli conferisce una peculiarità che porta ad apprezzare la scelta di ogni termine, dietro il quale è evidente il lungo e  l’attento lavoro di selezione.

Servendosi di una lingua di cui si è innamorata, che non le è mai appartenuta, l’autrice stabilisce una alto livello di intimità con i lettori che con l’inglese non sarebbe stato possibile: scrivendo in italiano, infatti, la sua consapevolezza idiomatica non sarà mai totale, e in quella dose di imperfezione, inesperienza, incoscienza risiede l’umanità, la delicatezza del testo, scritto con netta disciplina ma a cuore aperto.

Il suo italiano puro e sincero fa trasparire tutta se stessa, le sue fragilità di artista. C’è tutta Jhumpa tra le pagine del libro la sua sensibilità, la sua eleganza, la sua determinazione.

L’antologia, così concepita, racconta la sua persona molto meglio di quanto possa fare un romanzo, che permette di mimetizzarsi dietro e dentro i personaggi, evitando un confronto diretto con il pubblico.

L’esperimento di Jhumpa Lahiri è, in fondo, l’esperienza di ogni espatriato, quello sforzo di sanare il confine tra contenuto ed espressione legato all’uso di una lingua di cui non si ha esperienza, né memoria. Le lingue, oltre ad essere strumenti, sono un viaggio in una nuova cultura e sperimentare sé stessi in una lingua che non è quella nativa significa conoscere gli altri e se stessi in un modo nuovo, diverso

 È un’esperienza al tempo stesso antropologica e psicologica, umana, nel senso pieno del termine.

Una lettura piacevole e utile soprattutto per gli italiani, che spesso non comprendono quanto la loro lingua sia amata nel mondo. A volte come strumento verso un futuro migliore, lavorativo e sociale, ma molto più spesso semplicemente per il fascino che il Bel paese e la lingua di Dante suscitano in tanti stranieri. Coi suoi suoni e le sue suggestioni.

 

AUTORE: Jhumpa Lahiri

GENERE: Autobiografia, Biografia, Letteratura di viaggio

EDITORE: Guanda 2016

NUMERO DI PAGINE: 168

NOTIZIE: Jhumpa Lahiri vincitrice premio Pulitzer 2000 con “L’interprete dei malanni”

Acquistato Online

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