Lo straniero
RECENSIONI

Lo straniero – Albert Camus

Non saprei quale sia la definizione di “classico” che più di addice, tra le quattordici elencate da Italo Calvino in un articolo del 1981 pubblicato sull’Espresso. Un libro che provoca continuamente, periodicamente, dibattiti e analisi critiche e che ogni volta se le “scrolla di dosso”?  O “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”?

 In questo caso, sceglierei quella che riguarda la rilettura, che in fondo “è una lettura di scoperta come la prima”.

Mi è capitato di acquistare e leggere libri perché ne parlavano tutti, perché non ne parlava più nessuno, perché mi erano stati consigliati, perché si erano nascosti nella dimensione spazio-temporale di una casa che tutto nasconde ma nulla perde, perché semplicemente avevano una copertina bellissima.

Ma mentre passeggiavo per le strade del mio paesello di montagna e sperimentavo quello che tutti descrivevano come un caldo secco, più sopportabile di quello che si respirava a Torino, ho ripensato al romanzo di Camus.

Di questo romanzo, mi erano rimaste addosso delle sensazioni, una serie di emozioni contrastanti, dei ricordi un po’ vaghi da una tiepida e sfuggente lettura adolescenziale; la temperatura alta che si respirava dalla prima all’ultima pagina, tipica, immagino, dell’estate ad Algeri, e uno scontro in spiaggia del protagonista con un gruppo di arabi.

Avevo bisogno, di un romanzo da vacanza, estivo, un romanzo che fosse in grado di farmi sentire l’estate, e anche di tornare lì, a spiare da vicino la vita di Meursault, per cercare di trovare nuove chiavi di lettura nella mia.

Albert Camus dipinge una tela di emozioni contrastanti mediante la creazione di un protagonista, il giovane Meursault, paradigma letterario della deumanizzazione, dell’alienazione al sentimento, alle convenzioni sociali.

Meursault, francese ad Algeri, è straniero alle emozioni, alle opinioni, alle colpe.

Algeri.

Sole battente.

Caldo soffocante.

Pelle costantemente imperlata di sudore e fatica.

Quattro dei principali elementi che pervadono le pagine di questo libro.

E poi c’è lui, Mersault, il cui tratto principale è la profondissima indifferenza nei confronti di tutto quello che sente, vede e vive. Il vero protagonista è il distacco emotivo. Mersault ne è solo lo strumento fatto di carne, sangue e ossa, che serve a trasmettercelo. Per lui non c’è alcun peso morale da assegnare alle proprie azioni, alcun vero interesse per i propri simili e per il valore della vita umana. Più di tutto, Mersault non si interessa neanche di sé stesso.

Un inerme, passivo prigioniero del destino che resterà stoicamente ancorato alla sua indifferenza.

“Non è colpa mia”.

Lo ripete spesso per giustificare la sua anima vuota, il suo contemplare il mondo come un insieme di fotogrammi insensati accavallati gli uni sugli altri, inafferrabili.

Meursault contempla e resta nel mezzo, in equilibrio, fermo, immobile. Bloccato dentro frasi a metà, fino a quando non spezza quell’equilibrio, compiendo un’azione. La più disumana possibile.

L’omicidio irrompe nella sua vita. L’assurdo si impossessa della sua anima.

“Lo straniero” indaga con lente psicoanalitica l’essenza assurda dell’essere umano estrapolandone il vuoto indifferente del suo male interiore, esistenziale, banale.

Lettura bellissima, profonda, sapevo che queste pagine mi avrebbero colpita ancora, me lo sentivo e così è stato.

So che è quel senso di assurdo che ho colto, accolto e abbracciato dalle prime righe che mi porta a collegare istintivamente Camus a Sartre; la provocante, pungente e viscerale disillusione nel cercare una ragione a tutto, l’estraneità ai luoghi, agli uomini vicini, alla vita stessa, alla morte.

Sartre disse – questo è il primo libro a raccontarci una cosa basilare della modernità: assurdo non è né l’uomo né il mondo, assurdo è l’incontro tra l’uomo e il mondo, l’uomo non ne né morale, nè amorale, viviamo in una dimensione di continua ambiguità. – Ed è normale da uomo, quindi porsi domande, interrogarsi sulla vita… domandarsi perché si è vivi, chiedersi perché sente quella nausea che pervade, che cosa può farne il mondo della sua presenza o assenza….

Eppure Meursault in prigione perde la cognizione del tempo ma impara e coltiva l’arte del ricordo, scava dentro di sé e impara ad ascoltarsi a guardarsi attorno.

Si sveglia nella prigione qualche manciata di ore prima di essere decapitato e vede solo bellezza, armonia: un tappeto di stelle, la notte buia, il profumo delle sere d’estate, la città lontana e gli echi della felicità.

Con una sola notte in prigione puoi ricordare una vita?

Quanto minuziosa e certosina può essere allora la ricerca nell’animo umano, il conforto di un passato rinfrescato, la consapevolezza di essere ancora integri con attorno solo briciole di disperazione.   

Se dio non esiste allora tutto è possibile diceva Dostoevskij.

Camus amava Dostoevskij, quel suo materiale paradossale, ibrido, informe, ricco di un’infinità di voci e di volti, di luci, suoni, silenzi, gesti e movimenti.

Ogni dimensione crolla, ogni pensiero è giustificato, giustificabile, maledettamente umano…

 

AUTORE: Albert Camus (Nobel 1957 )

TRADUZIONE DI: Sergio Claudio Perroni

INTRODUZIONE DI: Roberto Saviano

GENERE: Romanzo, Letteratura dell’assurdo, Narrativa filosofica, Narrativa esistenzialista

EDITORE: Bompiani 2015

NUMERO DI PAGINE: 157

NOTIZIE: Romanzo tradotto in quaranta lingue da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1967 l’omonimo film con Marcello Mastroianni

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